La leggenda del Re di Harlem


Stamattina appena sveglio, ho pensato di guardarmi stasera il film documentario di ESPN su Len Bias, la stella universitaria scelta dai Boston Celtics nel 1986 e morta due giorni dopo il draft per un problema cardiaco causato dall’abuso di cocaina.

Questa idea mi ha fatto poi pensare a quanti giocatori, che erano stelle a livello universitario, non sono mai riusciti a giocare in NBA, sconfitti prima ancora dalla vita e da loro stessi più che dagli avversari.

La mia mente è quindi andata a quello che è stato probabilmente il più grande di tutti, la leggenda dei playground Newyorchesi, Earl “The Goat” Manigault, scomparso ormai più di 12 anni fa dopo una vita difficile e passata a buttar via il proprio talento.

Per questo motivo mi è venuta voglia di rispolverare un mio vecchio articolo, scritto durante le feste natalizie di qualche anno fa e pubblicato su http://www.all-around.net, che riguardava proprio la capra.

Ve lo ripropongo, sperando che vi piaccia…

"Per ogni Michael jordan c'è un Earl Manigault, non ce la possono fare tutti" - Earl Manigault

Earl “The Goat” Manigault – Il Re di Harlem

Una volta chiesero a Lew Alcindor, meglio conosciuto con il nome di Kareem Abdul Jabbar, adottato a partire dal 1971 dopo la sua conversione all’Islam, chi fosse il giocatore più forte contro cui avesse mai giocato.

Kareem, nato nella New York culla del basket nel 1947, pur avendo giocato in NBA contro gente del calibro di Wilt Chamberlain, Bill Walton, Magic Johnson e Oscar Robertson, diede una risposta che a molti potrebbe sembrare senza senso, o quanto meno bizzarra.

Senza indugi, infatti, rispose “Earl The Goat Manigault”.
Possibile che un giocatore della forza di Kareem, che ha avuto il privilegio di giocare con la crema dei giocatori di basket più forti di tutti i tempi, interpellato su chi fosse il migliore di tutti, indicasse un giocatore che in NBA non ci ha mai giocato ?

Possibile, anzi, possibilissimo.

Earl Manigault, il nome magari non dice nulla a chi segue il basket da semplice appassionato che segue il basket NBA, ma è un nome che al di là dell’oceano rasenta la leggenda. E la supera abbondantemente nella Grande Mela, “The City that never sleeps”, come cantava nel 1979 Frank Sinatra nel suo magnifico tributo alla propia città natale. Qui infatti, Earl Manigault, o semplicemente The Goat, il suo soprannome, è stato nominato Re.

Un Re buono, come si confà alle grandi stirpe di monarchi. E un Re incontrastato, come lo dimostra l’attestato che gli ha dato Kareem nominandolo il più grande di sempre.

Negli anni ’50 Harlem prima, e tutta la city poi, è ai suoi piedi. Earl, nato nel 1944 da una famiglia della Carolina del Sud, era il nono pargolo di casa. E proprio perchè casa è un forte eufemismo per quella che era la situazione dei genitori, fu presto abbandonato per strada in cerca di una sorte migliore. Lì, lo raccolse quella che poi fu la madre adottiva di Earl, Mary Manigault, che, andando sempre pesanti con gli eufemismi, non navigava nel lusso.

Nel 1951, però, una svolta. La famiglia Manigault si trasferì a New York, dove la signora Mary trovò impiego in una lavanderia. Il trasferimento avvenne ovviamente ben lontano dalla New York bene, quella dei grattacieli scintillanti che erano iniziati a sorgere a Manhattan, ma nella parte della città che confinava gli afroamericani che poco avevano da spartire con il flusso economico della città: Harlem.

Ed è lì che Earl decise di porre le radici della sua leggenda. Che non sarebbe probabilmente stata tale se non fosse andata nel modo in cui è andata, senza che Goat quindi giocasse un minuto nella lega che conta. Perchè Goat è il Re, la leggenda, il più grande di tutti. E forse lo è anche perchè è stato il più grande a perdersi.

Nei ghetti e nelle strade di tutta america ce ne sono molte di queste storie, e come disse proprio Manigault “Per ogni Michael Jordan, c’è un Earl Manigault. Non ce la possono fare tutti”.

Parlando degli anni di Manigault, viene in mente un nome che probabilmente dice qualcosa a pochissimi che hanno letto sulla rete o su carta la sua breve storia.
Kenny Bellinger, un ragazzo che a New York, a 15 anni, giocava già con gli adulti, compresi i professionisti, facendo mirabilie. Nell’ultimo anno delle scuole medie, quando tutta la New York che seguiva il basket della city si chiedeva in quale scuola superiore sarebbe andato a riscrivere la storia dei trofei cittadini, il ragazzo, decisamente bisognoso di verdoni, cercò un modo semplice di ricavarne, andando all’assalto di una signora, bianca, per le strade di Manhattan.

La signora, che non aveva alcuna intenzione di separarsi per sempre dalla borsetta, fece qualche telefonata piuttosto influente, e in 10 minuti la polizia di tutta la città gli fu alle calcagna. Compreso un elicottero, che prese a braccare il quindicenne Kenny, piuttosto impaurito a questo punto, che per cercare di sfuggire alla legge, era salito sui tetti dei palazzi. All’ultimo piano di un palazzo, trovatosi di fronte l’elicottero che lo puntava, decise per un piano decisamente perdente. Il piano prevedeva un salto dal tetto su cui si trovava, al tetto del palazzo di fronte, successiva ridiscesa e mimetizzazione tra i passanti.

Quello che il piano non prevedeva, è che il salto, che contrariamente alle allora cronache che parlavano di 3 metri, in realtà ne richiedeva 6, non riuscisse. E il ragazzo prodigio rovinasse al suolo, portandosi via la sua vita e un futuro grandissimo di questo gioco.

Andando avanti con gli anni, invece, i tifosi Bostoniani ricorderanno sicuramente quanto successe alla loro seconda scelta assoluta del draft del 1986, Len Bias.

Giocatore che da molti era considerato un Michael Jordan con qualche centimetro in più, e che avrebbe permesso ai Celtics di continuare le dinastie del passato. Len, per festeggiare quella che era stata la realizzazione del sogno della sua vita, giocare in NBA con la maglia verde dei Celtics, decise di esagerare con quella che, si dice, era una delle sue passioni, temporaneamente abbandonata per non precludere la propria carriera: la cocaina.

E come accade in questi casi, i festeggiamenti andarono decisamente sopra le righe, e la troppa cocaina assunta dalla futura star del Boston Garden fu letale. Un’overdose ruppe i suoi sogni e la sua esistenza, facendo sì che, ancora una volta, il mondo non potesse godersi una grande speranza della pallacanestro.

Goat però anche nella disgrazia fu diverso dagli altri.

La sua ascesa al trono fu rapida e costellata di aneddoti che hanno del sensazionale. Il ragazzo, alto circa 185 centimetri ma dalle doti atletiche assolutamente fuori dal comune, iniziò a farsi conoscere quando aveva appena 13 anni, e già girava per i playground della Grande Mela mostrando a tutti la sua specialità: la schiacciata doppia.

Tale schiacciata consisteva nell’affondare un pallone con una mano, riprenderlo con l’altra mano da sotto la retina, e rischiacciarlo con la mano che aveva appena raccolto la palla. Il tutto, ovviamente, facendo largo uso divinatorie di levitazione.

Provenendo da una famiglia decisamente povera, inoltre, Earl aveva trovato il modo di far su un po’ di dollari con un numero che chi vi scrive trova già abbondantemente al di fuori di ogni logica fisica, potendo vantare quasi la stessa statura del Re.

Manigault, infatti, scommetteva con chiunque non lo conoscesse ancora per quello che era, di riuscire a recuperare le monetine che lo scommettitore avrebbe posto sulla parte superiore del tabellone, e con un balzo che a occhio e croce dovrebbe avere del paranormale, puntualmente andava a vincere la scommessa racimolando qualche quattrino. Una volta, invece, tirò su 60 dollari in un colpo solo vincendo la scommessa con un tizio che non immaginava che Goat potesse fare 36 schiacciate rovesciate di fila!

Ma il vero e proprio evento che probabilmente fece dire a Lew Alcindor che Goat fosse Il più grande, avvenne nel luglio del ’66.

In una partita estiva su un playground del Queens, un Goat ventiduenne, vedendosi parare davanti due avversari per lui piuttosto grossi, decise che l’altezza da cui andare a fare una schiacciata doveva essere direttamente proporzionale all’altezza degli avversari, e andando a sfiorare il cielo, inchiodò una schiacciata sulla testa dei due malcapitati. Il tutto, dicono le cronache tramandate dall’epoca, dopo aver ulteriormente guadagnato una trentina di centimetri in volo solo con un colpo di reni. L’evento, già meritevole di suo, raggiunge proporzioni inarrivabili se si considera che i due malcapitati non erano niente di meno che un ventiquattrenne già MVP dell’allora ABL e futuro giocatore NBA Connie Hawkins, e un diciannovenne Lew Alcindor prossimo a diventare, 3 anni dopo, prima scelta assoluta in NBA.

Goat però a quell’epoca aveva già iniziato ad allontanarsi dai sogni di NBA, ad esempio quando fu allontanato dalla sua high school, la Benjamin Franklin, perchè pizzicato a fumare marijuana in bagno. Trovatosi in mezzo alla strada, con la poco edificante passione per l’alcool, fu salvato da Holcombe Rucker, benefattore nero cui è stato intitolato quello che è il più famoso playground di New York, che lo raccolse e lo fece andare in un high school della North Carolina sfruttando alcune amicizie. Il terminare gli studi dell’high school fece sì che Manigault trovasse posto in un piccolo college, il Jonhson C. Smith University, dalla quale però Goat scappò, esasperato dal tipo di gioco estremamente controllato che predicava l’allora coach, per far ritorno nella sua Harlem e impazzare nei tornei dei playground.

Ma il vero evento che cancellò Goat dalla mappa del basket avvenne nel 1967, quando dopo marijuana e alcol, Earl ebbe modo di conoscere quella che fu la sua vera rovina: l’eroina. Iniziò quì la vera fase discendente del Re, che smise di essere l’atleta che aveva meravigliato New York e iniziò a diventare un poveraccio fatto di droga che non aveva soldi per campare. E che si faceva vedere sui campi da basket solo quando decideva di prendersi una pausa dai viaggi chimici che l’eroina gli consentiva, e quelle tra le patrie galere.

E questa è la differenza tra Earl “The Goat” Manigault e tanti altri fenomeni da playground, abbandonati dalla vita prima che potessero far vedere al mondo la loro grandezza. Lui, dalla vita, non è stato abbandonato, ma ha deciso di abbandonarla un po’ per volta iniettandosi veleni di ogni tipo.

E in silenzio come era solito fare quando giocava e dettava legge sui campetti, senza trash talk e senza urlare la sua grandezza ma mostrandola con la palla in mano, la vita lo ha abbandonato.

Complice il cedimento di un cuore malandato che non sarebbe potuto durare a lungo senza un trapianto, ma che un trapianto non avrebbe potuto avere perchè al fondo della lista a causa dei suoi precedenti da alcolizzato e eroinomane, lo ha lasciato crollare a terra in una delle vie di quella Harlem di cui continuerà comunque ad essere il Re.

Era il 15 maggio del 1998 e esattamente il giorno prima il mondo aveva detto addio per sempre a Frank Sinatra.

Due giorni in cui due mondi diametralmente opposti per estrazione sociale si sono incontrati e hanno reso la città che non dorme mai nella città dai sogni infranti.

Nda:Per chi volesse conoscere di più sulla storia di Earl “The Goat” Manigault, e su molte delle storie americane e New yorkesi, consiglio le seguenti letture, fonti di ispirazione per questo articolo:

Black Jesus – Federico Buffa – Editrice Castelvecchi (1999)

The City Game. Basketball from the Garden to the Playgrounds – Pete Axthelm – Bison Books (1970)

e il film:

Rebound: The Legend of Earl ‘The Goat’ Manigault (1996)

Categorie: NBA | Lascia un commento

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