Travel with the players – 1. New York


Oggi inauguriamo la prima rubrica di questo blog. Si chiama Travel with the players e ci racconta una parte degli Stati Uniti vista e conosciuta in alcune mie escursioni e raccontata da alcuni giocatori NBA che troveremo lungo il percorso.

In questa rubrica troverete cose realmente accadute e viste, una sorta di diario dei miei viaggi oltreoceano, con l’esercizio di fantasia di raccontare anche storie NBA associate ai racconti.

Pronti? Allacciate le cinture. Si Parte!

NEW YORK CITY – prima parte

New York è la città che incarna per molti il sogno americano

Il viaggio non poteva che iniziare dalla Città per eccellenza, quella che fin da bambino avevo sognato di vedere e che vista in televisione ha sempre rappresentato un sogno quasi inarrivabile. Invece eccoci qui, sull’aereo che tra poco atterrerà al JFK e mi porterà per la prima volta nella Grande Mela e sul suolo americano.

Il contatto è subito traumatico. Alla dogana, consegnato il foglio verde l’ufficiale, un uomo di colore della grandezza di un armadio ikea, mi guarda ed esclama in perfetto stile oxfordiano “Oh, shit!“. Leggermente preoccupato lo guardo mentre dice di seguirlo fino a una stanza al cui esterno campeggia la scritta US Airport Police Station.

Mi ci vuole poco per accorgermi che qualcosa non andava. Intorno a me, seduti con sguardi circospetti, una ventina di passeggeri dalla chiara provenienza musulmana. Ogni tanto qualcuno di questi ospiti si alza, ma un poliziotto, anch’esso abbondantemente sopra il metro e novanta, lo guarda male e gli intima di sedersi con un perentorio “Seduto“. Capisco l’antifona e sto seduto, ma mi viene naturale chiedere se una volta uscito di lì avrei ritrovato la mia valigia al nastro degli arrivi. La sua risposta? Semplice… “Seduto!“.

Non essendomi alzato nemmeno di un centimetro, mi viene il dubbio che sia l’unica parola che conosce. Non ho dubbi però sul fatto che sia meglio non farlo arrabbiare, per cui desisto dal chiedere altro all’ufficial loquace.

Il mio sguardo si sposta lateralmente, dove da una porta fa sporadicamente capolino una donna poliziotta che scruta gli astanti e si sistema i guanti di lattice. Le mia preoccupazione inizia a salire, mi sento ancora giovane per esperienze di ispezioni.

M. Abdul-Rauf aka Chris Jackson durante l'inno recita preghiere musulmane

Dal bancone della stazione, a gruppi di 2-3 persone vengono chiamati i primi ‘ospiti’ e qui riconosco il primo giocatore NBA del mio viaggio. E’ Chris Jackson, giocatore NBA degli anni 90 a Denver e Sacramento principalmente, famoso per aver cambiato nome nel 1991 dopo la conversione all’Islam ed essersi rifiutato di alzarsi in piedi al momento dell’inno americano nel 1996. Mahmoud Abdul-Rauf, questo il suo nome dopo il ’91, è tra i primi ad essere chiamato dall’ufficiale al bancone e condotto nella stanzetta con la poliziotta inquietante dove credo non si rifiuterà di alzarsi in piedi.

Dopo più di un’ora mi viene riconsegnato il passaporto e un sospiro di sollievo mi viene spontaneo.

Scampato il pericolo, decido di lasciare l’aeroporto in fretta e mi dirigo alla metro che mi porterà all’alloggio che mi ospiterà in questi giorni nella grande mela.

E qui un altro incontro segna la mia giornata.

Scendo le scale per dirigermi alla linea che devo prendere per giungere al meritato riposo, quando una signora di colore di circa 40 anni inizia a sbraitare dalla cima delle scale. Sono appena arrivato, dopo 9 ore di volo, 6 di fuso orario e l’esperienza alla dogana e mi è davvero difficile capire cosa vuole la signora. Lo capisco subito dopo però, quando la tizia tira giù a tutta velocità dalle scale il suo trolley… forse aveva bisogno di una mano a portarlo giù.

Rasheed nella sua dote migliore. Prendere un tecnico.

Mi scanso di mezzo metro per salvare le ginocchia dal trolley, guardo la signora con sguardo perplesso e mi dirigo verso i treni, prendendo la linea 1. Mi siedo e ripenso alla scena sorridendo quando mi viene in mente dove avevo già visto la signora.

E’ la signora Wallace. Rasheed ha preso l’ennesimo tecnico della stagione ed è scattata la multa automatica, la signora Fatima non l’ha presa benissimo e si deve essere parecchio incazzata.

Arrivati alla mia fermata scendo e risalgo in superficie. Sono a Spanish Harlem, sulla Washington Avenue. Non ero molto convinto di fermarmi ad Harlem a dormire. Fino a questo momento il quartiere lo avevo conosciuto solo mediante film e devo dire che le caratteristiche che ne trasparivano non erano quelle di un tranquillo quartiere residenziale. Zona e appartamento però mi sono stati consigliati da una ragazza, che mi ha rassicurato circa la tranquillità e le buone frequentazioni della zona e rifiutare il consiglio non sarebbe stato un comportamento da vero uomo!

Vero uomo che appena risalito in superficie, con il buio ormai calato, ha però iniziato a guardarsi intorno con fare circospetto e si è sentito rassicurato quando ha visto il poliziotto di quartiere fare la ronda per verificare che tutto fosse a posto.

Il poliziotto è enorme, abbondantemente oltre i 2 metri, con i baffoni e un dente ogni quarto d’ora di bicicletta. Non avesse avuto l’uniforme sarebbe stato fonte di preoccupazione. Lo guardo meglio e realizzo: è Patrick Ewing!

La bandiera Knicks degli anni 80 e 90 è il precursore dello sceriffo Shaquille O’Neal, e ha deciso di fare il poliziotto di quartiere per difendere le strade come faceva nel pitturato un decennio prima. Gli chiedo informazioni sull’indirizzo che evo raggiungere e lui si mette in posizione di post con il braccio alto per ricevere palla. Mi chiedo cosa stia facendo, poi capisco. Sono esattamente sotto il palazzo e stava indicando il numero civico.

Il famoso poster di MJ su Pat Ewing

Lo saluto e lo ringrazio della gentilezza e gli confido di essere un suo fan negli anni in cui New York arrivava alla finale NBA. Lui si schernisce un po’ e mi racconta di quanto fosse diversa la città quando giocasse lui e si mette a piangere commosso raccontandomi di quando ancora c’erano le Twin Towers. Solo dopo realizzo che stava parlando di Olajuwon e Sampson…

Si è davvero fatto tardi e anche se gli vorrei fare mille domande sull’NBA e sui giocatori lo devo salutare per andare a prendere possesso della stanza che ho affittato. Faccio per entrare nel portone, ma lui si mette basso sulle gambe davanti a me. Sorrido, e mi sposto a sinistra. Niente, scivolamento laterale e di nuovo di fronte con le braccia alzate. Provo a destra, stessa scena. Sono stanco e voglio andare in camera però e provo il tutto per tutto. Faccio un passo indietro e con uno scatto aiutandomi con la valigia come trampolino spicco un salto e lo supero, arrivando al portone.

Ewing mi guarda stupito, si siede sugli scalini e si mette a piangere. Gli ho ricordato una stoppata che subì da Michael Jordan a metà anni 90 in una gara di playoff.

Finalmente prendo possesso del letto e cado in un sonno profondo, pronto per affrontare la mia prima giornata piena nella Grande Mela…

– continua –

Categorie: NBA, Travel | Lascia un commento

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