Travel with the players – 2. New York


Il viaggio continua con la seconda parte della puntata dedicata alla scoperta della grande mela, vediamo chi incontreremo nella nostra avventura.

NEW YORK CITY – seconda parte

Il flusso di taxi gialli a Grand Central Station è un'icona a NY

La sveglia inizia a suonare. Sono arrivate le 8 del mattino. La sera prima, stanco del viaggio ho deciso di andare subito a dormire, alle 10 di sera e puntare la sveglia quell’ora, ben sapendo che con l’effetto del fuso mi sarei svegliato ben prima.

Mi stupisco, non solo mi ha svegliato la sveglia del cellulare, ma mi sento ancora decisamente assonnato. Strano per aver dormito 10 ore e con l’orologio biologico settato alle 14 ora italiana. Mi alzo con fatica e mi metto a guardar fuori dalla finestra per vedere com’è il tempo e scegliere come vestirmi. Vedo buio, semafori spenti e nessuno per strada.

Hey, ma questa non dovrebbe essere la città che non dorme mai?” mi chiedo. C’è qualcosa che non quadra, controllo meglio…. sono le 2 di notte, avevo puntato la sveglia senza aggiornare l’ora sul telefono. Mi rimetto a letto e faticosamente riprendo a dormire fino alle vere 8 del mattino.

Arriva l’ora di alzarsi. Mi vesto e mi butto nella metropolitana per raggiungere il centro del mondo: Times Square!

Tempi duri per Hill quando incontrava Oak nel 2001

Arrivo alla fermata della metro e appena sceso vedo già che lì, anche se sottoterra, è tutto un altro mondo. A pochi metri dalla banchina, dove si fanno i biglietti, una signora di circa 70 anni suona la pianola e balla il tip tap, al piano amezzato è la volta di un ragazzo bianco di poco più di 30 anni che suona la chitarra, sta intonando Stairway to heaven ed è davvero bravo, tanto che un capannello di persone si fermano ad ascoltarlo. Tra loro riconosco un ex giocatore dei Knicks, Charles Oakley!

Dopo un attimo capisco che Charles non è lì per ascoltare il musicista, sta cercando Tyrone Hill, avvistato a Times Square, per recuperare ancora parte di un credito di anni prima. La diatriba è ormai famosa. Nel 2000 durante un riscaldamento prepartita Oakley, non un giocatore così affabile, tira un pallone in testa ad Hill, reo di aver perso dei soldi in una scommessa con lui e di non aver saldato il debito. All’inizio della stagione successiva, in una gara di prestagione Charles butta a terra Hill, che capisce l’antifona e paga il debito. Evidentemente non tutto se Oak lo cerca ancora a distanza di anni…

Lascio Charles alla sua ricerca, non mi sembra il caso di disturbarlo, salgo in superficie e mi lascio sopraffare dalla maestosità della vista.

Mi ritrovo su un marciapiede grosso quanto una strada statale italiana con un fiume di gente che cammina freneticamente avanti e indietro. Alzo gli occhi al cielo e trovo montagne di vetro e lamiera, palazzi e grattacieli enormi, schermi, luci, colori. Pare di essere nel paese dei balocchi. L’altra cosa che mi colpisce è la quantità di odori differenti che si sentono per strada, alcuni di cibo, altri indefiniti e decisamente peggiori.

Mi lascio guidare dall’istinto e inizio a vagare senza una meta precisa, forse intontito da tutta quella grandezza. Arrivo sulla quinta strada e inizio ad aver fame. Mi dirigo ad uno Starbucks per una piccola colazione.

Piccola?!? Scopro subito che in America non c’è nulla di piccolo. Ordino un tall cappuccino e un chocolate cookie e mi danno una tazza grossa quanto un boccale e un biscotto che sembra un frisbee.

Mi siedo al tavolino per godermi i primi Newyorkesi alle prese con la colazione, intanto il sottofondo è con Frank Sinatra che canta “Fly me to the moon” ed in effetti mi sembra di essere atterrato sulla luna.

Mi guardo attorno e noto un bianco molto alto che fa colazione con 3 dei suddetti cookie, una quantità che probabilmente eviterebbe il coma ipoglicemico a chi soffre di diabete e anche alle sue tre generazioni future. Ci metto un attimo a riconoscerlo, ma poi lo inquadro meglio. E’ Marco Belinelli, in trasferta con la sua squadra a New York e tiene fede al soprannome che gli han dato i suoi compagni: Cookie Monster.

"Oddio mi son dimenticato di togliere Marco" esclama disperato Nelson

Rompo gli indugi e gli chiedo come va la sua esperienza in NBA. Ci parliamo in italiano, ovviamente, ma Marco ad ogni inizio frase butta lì un “You Know“. Mi racconta che da quando non è più con Don Nelson le cose vanno molto meglio, anche nella sua sfera personale, e che non ha più incubi ricorrenti di una fiaschetta di vino che lo rincorre e gli dice che deve sedersi in panchina perchè CJ Watson è più forte.

Saluto Marco e gli auguro buona fortuna per la partita della sera, e mi dirigo verso una delle prime cose che voglio visitare a New York: l’NBA Store. Approccio allo store come se stessi per fare un allunaggio. Il negozio è tra la quinta strada e la 52esima e il pallone da basket in rilievo all’uscita invita decisamente all’entrata. Dentro è il paradiso del cestista, magliette, tute, memorabilia, due piani di tentazioni con mille televisori che trasmettono gare nba storiche e attuali. Ad ogni angolo del negozio vedo oggetti o magliette che chiedono solo di testare la resistenza della carta di credito e la volontà di resistere vacilla tremendamente.

Esco dal negozio con qualche pacchettino e mi dirigo su qualche sito più di interesse. Come prima cosa decido di andare a Ground Zero, l’11 settembre è stato l’evento che più di tutti ha segnato il nostro mondo in questo millennio, e voglio andare a vedere il luogo dove è partito tutto. Prendo la metro e vado, scendendo all’altezza di Wall Street.

Passo davanti al palazzo della borsa, dove vedo manager e broker con valigette e cellulare di ordinanza passare davanti a me e andare nel cuore del palazzo dove si svolgono le trattative. L’area, dopo l’11 settembre, è transennata per paura di attentati e si può solo osservare stando dall’alto lato della strada. Un uomo attira la mia curiosità. E’ di colore, alto circa un metro e ottanta, e porta una valigetta più grande di quella degli altri, di quelle usate nei film per portare soldi contanti. Da come parla al telefono sembra che abbia molta fretta di dare via questi soldi e di fare un contratto il prima possibile, non importa a chi. Lo osservo da più vicino. E’ Isiah Thomas. Cerco di rincorrerlo per dirgli di smetterla di regalare soldi a chiunque e di lasciar in pacei miei Knicks, ma è troppo tardi, è già andato e ha già raggiunto l’accordo per regalare qualche milione a Jeffries.

Mi sposto verso Ground Zero e passo davanti alla Trinity Church. La chiesa, con annesso il cimitero, l’unico ancora in funzione a Manhattan, pare una cattedrale nel deserto. Nel pieno Financial District, la sua architettura in stile neogotico potrebbe sembrare inadeguato. Invece questo edificio in pietra a guglie viene ancora più valorizzato dall’essere incastonato in grattacieli di vetro squadrati. La cosa che maggiormente colpisce, poi, è il silenzio che si percepisce passeggiando nel cimitero. In mezzo al caos di New York e del centro finanziario più importante del pianeta, pare di essere in una campana di vetro.

La croce formata con le travi del WTC è il simbolo di Ground Zero

Uscito dalla Trinity Church percorro Fulton Street e arrivo davanti a Ground Zero. Dove resto senza fiato. Mi aspettavo una forte reazione emotiva, ma trovarsi di fronte al cratere, alla croce formata dai detriti, al memoriale con tutti i nomi dei defunti e vedere i fiori a terra lascia davvero sgomenti. Le facce delle persone che visitano il sito lasciano senza fiato. C’è una sorta di dolore comune che aleggia nell’aria e si può quasi toccare con mano.

Decido di spostarmi e andare verso Chinatown, muovendomi a piedi per godermi meglio la città. Percorro la broadway fino a Canal street, poi salgo da una delle strade di chinatown per vedere com’è il quartiere. Ad un tratto mi imbatto in un venditore di tessuti che sta cercando di piazzare 10 metri di seta ad un turista ignaro del fatto che sia tutta roba sintetica. Mi avvicino a gustarmi la scena alla Totò truffatore e mi accorgo di conoscere il venditore. E’ Sun Yue, giocatore NBA con una poco fortunata avventura ai Lakers, costretto a vendere stoffa a Chinatown per sbarcare il lunario.

D'Antoni ci prova, ma Curry pare più interessato al cibo

E’ ora di pranzo e mi viene fame, decido di provare il fast food nella terra dei fast food. Vedo un McDonald e decido di entrare. Il cartello all’ingresso fa capire perchè si chiama fast food. Recita “Si prega di liberare il tavolo entro 2o minuti”. Siamo a casa loro, per cui accetto di buon grado. Mi chiedo però anche come faccia a metterci 20 minuti a mangiare l’armadio a 6 ante che sta bloccando la fila. Ha ordinato 6 cheeseburger e 2 patatine, e ha la stazza di chi ha chiaro in testa di mangiarli tutti. Lo osservo mentre si gira e lo riconosco: Eddy Curry.

Eddy, stipendiato ancora oggi a più di 10 milioni l’anno dal fenomeno incontrato davanti a Wall Street, si siede e inizia a mangiare a un ritmo inarrivabile e alla mia domanda sul come mai non fosse al Madison con i compagni mi risponde “Sai, la cucina dei Knicks non è buona, mi danno cose sane tipo l’insalata”.

Decido che non vale la pena andare oltre e ho già sprecato 2 dei 20 minuti a mia disposizione per consumare il mio hamburger. Mi siedo e decido la meta del pomeriggio. Darò una svolta culturale alla mia giornata.

– continua –

Categorie: NBA, Travel | Lascia un commento

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