Travel with the players – 3. New York


NEW YORK CITY – ultima parte

L'incantevole vista della city dall'Empire State Building

Il pomeriggio è dedicato alla cultura, prendo quindi la metropolitana e risalgo verso Central Park, con l’obiettivo di entrare al Natural History Museum. Salgo la scalinata ed entro nell’androne principale, dove si staglia lo scheletro di un dinosauro. Inizio il mio giro e mi sembra di essere dentro il film “Una notte al museo“. Tutti i personaggi storici e le battaglie sono ritratti all’interno delle moltissime stanze dell’edificio che contengono veramente ogni cosa si possa immaginare di trovare in un museo.

Il sito è davvero organizzato benissimo e molto interessante, ma il tempo è tiranno e decido di uscire per andare a vedere un altro museo.

Scelgo il MOMA, il museo di arte moderna contenente le opere di arte d’avanguardia e di architettura. Attraverso a piedi Central Park per dirigermi verso il museo, passando tra persone che fanno jogging, yoga, frisbee e sport tra i più impensati.

Steve Nash se la cava anche con il pallone da calcio

In lontananza vedo dei ragazzi che giocano a calcio e mi avvicino per vedere il livello del gioco. Tra di loro riconosco Steve Nash, il play canadese appassionato di quello che in USA chiamano soccer. Il giocatore dei Suns si dimostra subito un bel giocatore di calcio e dribbla gli avversari con estrema facilità. A dirla tutta gli avversari sono tutti suoi compagni di squadra a Phoenix e sono tutti i giocatori più giovani che paiono decisamente accondiscendenti. A gustarsi la scena seduto a bordo campo c’è infatti Grant Hill che spiega “E’ sempre così. Li fa scegliere al draft e gli fa mettere sul contratto il numero di partite di calcio che devono fare, e loro giocano a perdere per farlo contento ed entrare nelle sue grazie. Pensa che l’unico che all’epoca non ha accettato questo contratto è stato Rondo e l’hanno dovuto dar via. E ora…”

Inizio a capire molte cose di come funzionano i Suns e anche a me scappa una risata come a Hill.

Passo oltre e arrivo al MOMA. All’ingresso trovo subito uno dei simboli dell’Italia: la Vespa. Lo scooter, un modello degli anni 50, fa bella mostra di se nel centro della stanza e raccoglie lo sguardo di tutti i visitatori. C’è una sorta di orgoglio a vedere la scena da buon italiano.

Le due pettinature più assurde dell'NBA sono di Andersen e Pollard

Cambio stanza e subito vedo una scultura particolare. E’ una figura umana… viva! Mi avvicino, la scruto meglio e la riconosco. E’ Scott Pollard. Nella didascalia dell’opera una scritta emblematica: “La capacità dell’uomo nel trovare acconciature improbabili”.

Gli chiedo come mai è finito a fare la statua vivente, e lui candidamente mi risponde: “Dopo il contratto a Boston mi hanno detto che mi cercavano da NY, non ci ho pensato due volte e ho accettato, ma non mi avevano detto che era per questo. Per fortuna ora mi raggiunge un altro giocatore, Chris Andersen”

Rabbrividisco al pensiero di veder vicini il Birdman e Pollard, soprattutto i vizi che possono coltivare insieme. Saluto Pollard e mi sposto a vedere il resto del museo, davvero interessante per chi è amante dell’arte moderna e dell’architettura.

Uscito dal museo decido di passeggiare fino all’Empire State Building, prossima tappa della giornata, da dove ho deciso di scattare qualche foto notturna.

Il verme in uno dei suoi travestimenti più riusciti

Nel tragitto mi imbatto, in piena Fifth Avenue, nella Love Parade, una sorta di Gay Pride in cui ci sono rappresentanti di tutti i diversi indirizzamenti sessuali, con le varie organizzazioni di tutte le categorie, come i vigili del fuoco omosessuali o le casalinghe bisessuali (che raccolgono i favori di gran parte del pubblico).

Il mio sesto senso che mi diceva di aspettare il termine della sfilata aveva ragione. A chiudere la fila c’era infatti il giocatore NBA più avvezzo a trasvestimenti: Dennis Rodman. Dennis, nel suo vestito da sposa indossato anche nella famosa foto che promuoveva il suo libro Bad as i wanna be, si stagliava dall’alto dei suoi 2 metri e mandava baci alla folla in delirio, rivelandosi sempre più idolo delle folle.

Arrivo finalmente all’ Empire State Building e dopo una coda che mi sembra interminabile riesco a salire sopra l’ascensore che mi porta all’86esimo piano, dove c’è l’observation deck. La vista è mozzafiato. Si vede tutta New York e si ha una profondità di 16km nelle giornate di cielo terso. Salendoci in serata poi lo spettacolo delle luci è impressionante e viene naturale immortalare il panorama dando fondo a gran parte della memoria della macchina fotografica.

L’altra cosa impressionante però è l’aria che tira a più di 250 metri di altezza e il freddo pungente mi fa optare per scendere e dirigermi verso la sospirata cena.

Per Yuta forse meglio darsi alla cucina che all'NBA

Indeciso sulla meta scelgo di andare a mangiare a SOHO, cercando un ristorante giapponese. La guida me ne indica uno davvero ottimo e seduto al bancone posso vedere il cuoco preparare il sushi. Lo guardo davvero meravigliato e le sue mani si muovono sicure su coltelli affilatissimi. Alzo lo sguardo e vedo che a preparare i piatti è Yuta Tabuse, giocatore di basket giapponese che ha avuto 4 apparizioni nei Phoenix Suns del 2004.

Gli chiedo come mai non ha continuato con il basket e la risposta, detta con la serenità di chi ha trovato la sua giusta dimensione è stata: “Ho scoperto che questa era la mia vera vocazione…e poi non mi piaceva giocare a calcio…”

La cena è davvero ottima e il pesce freschissimo. Decido di tornare verso il mio giaciglio dopo una giornata passata a girovagare per New York e mi avvio alla metro.

Nate con D'Antoni, l'amore non è mai sbocciato

Il viaggio in metro dopo le 22 è un’esperienza che ad essere sincero mi preoccupa un po’,  soprattutto perchè la mia linea è quella che porta nel Bronx. Infatti, dopo qualche fermata mi appresto a vivere la prima scena tipica dei film degli anni ’80 sulle gang della City. Un gruppo di ragazzotti infatti iniziano a viaggiare da un vagone all’altro urlando e importunando le ragazze con il tipico comportamento da bulletto.

Tra loro scorgo Nate Robinson, giocatore dei Knicks che facilmente si confonde con i ragazzini per via della sua altezza. Nate è il più casinaro, e non si capisce niente di cosa dica. Anche i suoi amici faticano a capire cosa vuole, fino a che ad un certo punto lo fa capire in modo chiaro: vuole che D’Antoni gli dia 48 minuti in campo.

Sono quasi alla mia fermata e desisto dallo spiegare a Kryptonate che sarebbero 48 minuti di delirio e il mondo non sarebbe capace di reggerli, anche perchè se sbaglio fermata mi ritrovo nel Bronx.

Lascio Nate farfugliare cose incomprensibili e sorrido nel vedere che decide di andare ad importunare una ragazza con il vestito da sposa, che altri non è che Rodman dirigendomi verso l’appartamento che mi ospita, agognando una notte di sonno tranquillo, pronto per quella che sarà la prossima tappa del viaggio, dove tante altre cose da vedere e personaggi da incontrare ci aspettano.

Categorie: NBA, Travel | Lascia un commento

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