Un Bigliettone per… l’antipatia



DH12 non sembra prendere sul serio le provocazioni di Garnett

Ci risiamo, appena rientrato dall’infortunio Kevin Garnett ha già dato adito ai suoi detrattori di parlar male del suo comportamento sul parquet.

Per carità, nulla di eclatante, non ci sono stati principi di rissa con nessuno o frasi censurabili contro altri, solo una serie di spallate con Brandon Bass dopo un fallo e un alterco con Dwight Howard dopo qualche parolina di troppo. Poca roba rispetto all’inizio di rissa dopo una gomitata a Quentin Richardson che gli è costata la sospensione in Gara2 negli scorsi playoff o all’accusa di Villanueva di avergli dato del malato di cancro.

Però ancora una volta i detrattori del bigliettone non si son fatti pregare e hanno fatto notare come il numero 5 dei Celtics passi spesso la linea di demarcazione tra l’essere aggressivo e l’essere provocatore, pratica nella quale il nostro si distingue per capacità innata a dire il vero.

E da queste discussioni si generano sempre poi i soliti discorsi, sul Garnett coniglio, sul Garnett che prima o poi troverà il suo che gli farà passare la voglia di fare questo gioco sporco e sul Garnett che deve ormai ricorrere a questi mezzucci perchè meno incisivo rispetto al passato.

Discussioni che ovviamente trovano dall’altra parte della barricata i sostenitori di KG, quelli che dicono che il basket è sempre stato uno sport fisico e che certe questioni si devono risolvere in campo come si è sempre fatto, che Garnett è solo un grande agonista e come tale a volte cede all’adrenalina e varca quella linea sottile tra star fermi e subire, come canta Ligabue.

Come sempre, la verità sta nel mezzo. A volte KG esagera e inizia a mulinare troppo i gomiti per dimostrare che è un duro e per intimidire l’avversario, facendo più fatica rispetto ai tempi di Minnesota a intimidirlo soprattutto nella metacampo difensiva con la tecnica (e con questo non voglio dire che sia diventato un difensore scarso, solo che rispetto a prima si prende qualche pausa in più).

A volte invece è l’avversario che ingigantisce la provocazione e ne fa un caso di pubblico dominio quando dovrebbero essere casi da circoscrivere nei 28 metri del campo da basket. Sto ovviamente parlando del “caso Villanueva“. Il buon Charlie ha infatti comunicato al mondo che Garnett lo ha insultato in campo dandogli del “malato di cancro“, con successiva rivolta delle associazioni di lotta contro il cancro che ha iniziato a dar contro a Garnett che ha dovuto parzialmente smentire l’accaduto dichiarando che la sua frase era stata: “sei un cancro per la tua squadra“.

Ora, posto che non me lo vedo Garnett andare da Villanueva e dirgli “Sei una cancro per la tua squadra” e magari aggiungere “il tuo compenso annuale non permette alla franchigia di una città già in difficoltà economica per la crisi come Detroit di poter muoversi liberamente sul mercato“, mi viene più facile credere che KG abbia detto all’ala dei Pistons “You cancer” che può essere letta sia come tu hai il cancro sia come tu sei un cancro.

Ma non è tanto questo il punto. Io non credo che KG sia un mostro a cui non importa dei malati di tumore o che ritenga i malati di cancro gente di serie B. Semplicemente, se mi passate l’avverbio, ha cercato un modo per innervosire l’avversario e gli ha detto la prima cosa che gli è passata nella testa, cosa censurabile ovviamente se detta per strada o in un discorso comune, meno sul rettangolo da gioco, semplicemente perchè queste cose ci sono sempre state e sempre ci saranno, e certi epiteti vengono detti non solo in NBA ma anche nei campionati CSI di qualsiasi regione italiana.

Tanto rumore per nulla quindi per me in questo caso, perchè altrimenti se domani qualcuno va da Lebron e gli dà del pelato (provate a togliergli la fascetta e vedete dove arriva l’attaccatura dei capelli – nda in versione donna moderna) potrebbe insorgere la comunità dei calvi di tutto il mondo che si potrebbe sentire discriminata, oppure se qualcuno andasse da Birdman e gli desse del tossico (qualcuno di molto veloce perchè Chris non credo faccia come KG ma reagirebbe subito con un destro) insorgerebbero le comunità di recupero tossicodipendenti dicendo che non è il processo giusto per risolvere il problema, o ancora che qualcuno andasse da Kobe e gli desse del puttaniere (per la sua vicenda in Colorado) dove potrebbe insorgere qualcuno nel nostro paese e fare una legge ad hoc.

Certo ci sarebbe da capire perchè in mezzo ci finisca spesso Garnett, che sicuramente è uno che vive la partita con una carica agonistica superiore a chiunque altro e che vuole incutere timore, come dicevano in telecronaca ieri Tranquillo e Mamoli, ma che ogni tanto pare farlo in modo anche troppo esasperato, quasi da frustrato, anche se il termine è un po’ troppo forte.

La risposta migliore a tutti i suoi atteggiamenti per me è arrivata nell’ultima gara giocata contro i Magic, con Howard che lo guardava ridendo e non reagiva alle sue provocazioni. Questo a mio avviso è il modo più efficace per fare a sua volta innervosire il bigliettone e dimostrargli che le provocazioni non funzionano.

Reagire è invece sbagliato, sia perchè si cade nel tranello, sia perchè si rischia di compiere gesti punibili con la sospensione, in cui Garnett non incorre quasi mai, anche perchè si estranea dalla lotta nel caso in cui le cose iniziano a farsi dure. Molti fanno passare questo atteggiamento per codardia, affermando che Garnett è prontissimo a dare il la alle battaglie e il primo ad indietreggiare quando la battaglia diventa realtà.

Beh, temo sia abbastanza vero questo. Come tesimonia il video sotto.

Picchiato da Anthony Peeler, titubante quando McDyess si dirige verso di lui con la guardia alta, restio a entrare nella battaglia con Pachulia e addirittura con Scalabrine (suo compagno di squadra poi ai Celtics). Insomma, il cuor di leone di KG pare sciogliersi abbastanza quando le provocazioni che lancia ogni tanto prendono forma.

Poi che lo faccia perchè Silly Rabbit come lo ha definito Lamarcus Aldridge, un altro che ha avuto a che fare con lui o perchè la vera provocazione sta nel far perdere le staffe agli avversari e magari farli espellere restando in campo lo può solo sapere lui.

Di certo è che al netto di queste quisquilie KG rimane un super giocatore, ma che a causa di questi atteggiamenti sul rettangolo di gioco riesce a stare antipatico a tutti, forse anche a se stesso.

Categorie: NBA | 3 commenti

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3 pensieri su “Un Bigliettone per… l’antipatia

  1. Bel pezzo come sempre!
    Però la punta resta
    “dove potrebbe insorgere qualcuno nel nostro paese e fare una legge ad hoc.”

    :D:D:D

  2. Jasone

    Lebron è pelato xD, gli Heat hanno tolto l’abolizione di fascette apposta!!!

    Bellissimo articolo davide se hai tempo leggi pure i nostri su We Want Heat

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