Capolinea gente. Mavs campioni NBA!


Dirk e Jason festeggiano. Finalmente sono Campioni NBA.

E’ finita!

Un’altra stagione NBA si è conclusa. E si è conclusa non senza sorprese. A vincere l’anello infatti sono stati i Dallas Mavericks, che hanno sconfitto 4 a 2 nella serie finale i Miami Heat.

Vittoria assolutamente meritata, perchè arrivata con prestazioni maiuscole, che hanno dato soprattutto dopo Gara 1 la consapevolezza che a giocarsi il titolo contro James fosse una squadra vera, unita. Mai infatti i Mavs si sono lasciati prendere dal panico, nemmeno dopo i parziali in cui gli avversari li mettevano sotto, ma anzi hanno sempre fatto le loro ormai memorabili rimonte per poi battere una squadra come Miami che aveva davvero fatto paura in questa post season.

Miami Heat che nell’ultimo anno sono stati nell’ordine:

  • una squadra in costruzione da rifondare a giugno scorso
  • una squadra favoritissima al titolo l’8 luglio scorso
  • una squadra in cerca di identità durante gran parte della Regular Season
  • una squadra in missione che ha ritrovato se stessa durante i Playoff
  • una squadra vuota e in cerca di un leader che non fosse solo Wade nelle ultime tre gare di finale

Un’altalena niente male per una squadra NBA, formata per vincere (magari non subito) e che ora si ritroverà a dover subire processi sommari che nemmeno il peggior dittatore dello stato libero di South Beach.

Per i processi però ci sarà tempo in seguito, e ora è giusto celebrare i vincitori. I Dallas Mavs di Dirk Nowitzki, MVP delle Finali, ma non solo. Nelle ultime gare è infatti stato fondamentale l’apporto di Jason Terry che ha assaltato la giugulare degli Heat e di tutti gli altri.

Dallas che a dire il vero non partiva con il favore dei pronostici, in questa finale ma in generale in questa stagione. Per troppi anni infatti ci si è dovuti scontrare con un crollo verticale della squadra di Cuban nella post season.

I Mavs erano sfavoriti contro i Lakers, campioni in carica e che avevano un record migliore di loro.Ma  lo erano con Portland secondo molti, nonostante il record migliore in stagione, proprio per la loro tendenza a subire la pressione della post season e forse non è nemmeno tanto un caso che proprio i Blazers siano stata la squadra che più ha messo in difficoltà la banda di Carlisle prima degli Heat. Al primo turno infatti è normale che certe scimmie si ripresentino sulla spalla, ma Dallas è stata brava a buttarsela via, iniziando la cavalcata verso il titolo.

In Finale di Conference, contro un’Oklahoma City che pareva in rampa di lancio per la Finale, ha fatto vedere il suo basket migliore, dimostrando di essere sempre in controllo della serie, grazie anche all’apporto di alcuni gregari, come Stojakovic, che hanno dato il massimo fino a ieri.

Per celebrare al meglio la squadra allora, possiamo ricordare il roster e raccontare cosa hanno fatto in questa post season.

Gli eroi delle Finals

#41 – Dirk Nowitzki: L’MVP delle Finals. Ha giocato dei playoff pazzeschi. Ha pagato un po’ l’infortunio al dito e l’influenza in Gara4, ma non l’ha fermato. Gara 6 sembrava confermare le vecchie voci che lo volevano sciogliersi quando la partita conta di più, invece dopo l’1 su 12 iniziale ha alzato il volume della radio e messo tutti i tiri che contavano.

#31 – Jason Terry: Dormiente nelle prime gare se non per lanciare qualche dichiarazione un po’ pepata, tipo “chissà se LBJ mi riuscirà a contenere per 7 gare”. Alla fine ha avuto ragione lui. Soprattutto quando Dirk ha iniziato a necessitare di più di un partner in crime. Nelle ultime 3 sfide infatti il Jet è stato decisivo. E adesso può tenersi il tatuaggio.

#2 – Jason Kidd: 38 enne splendido per come ha giocato queste Finals, soprattutto in marcatura, dove era da almeno un paio di lustri che aveva perso colpi. Si riscopre tiratore e la gente si chiede “ma da quando mette sti tiri?” Non ci ricordiamo onestamente, ma tira in queste sei gare con il 43% da tre.

#6 – Tyson Chandler: Se Dirk è l’MVP e Terry il closer della serie, Tyson è stata la chiave di volta che ha permesso tutto questo. Con Dampier  la serie sarebbe stata segnata fin dall’inizio. L’ex compagno di Paul agli Hornets invece ha fatto tutto quel che c’era da fare per vincere. Difesa, rimbalzi in attacco e in difesa, chiusura dell’area e tanti tanti palloni a cui ha sporcato la traiettoria. Da non sottovalutare anche i suoi show forti su LeBron quando marcato da Kidd. Anello che più meritato non si può

#0 – Shawn Marion: un altro con l’etichetta da perdente, che viveva, si diceva, grazie a Nash e al suo gioco. Invece nella sua ultima reincarnazione, dopo le poco felici esperienze ai Raptors e proprio agli Heat, Shawn ha dato alla causa la sua difesa sull’uomo, che fosse su Wade o James poco importa. L’atletismo non è più quello di una volta e lo stile di tiro è tanto bello da vedere quanto una puntata di Amici di Maria De Filippi. Però Matrix è stato quello che tutti gli chiedevano: essenziale. E per stavolta anche vincente.

#92 – DeShawn Stevenson: a inizio serie parte titolare come il resto della stagione, poi viene panchinato per avere un attaccante più efficace. Lui risponde al meglio, subentrando dalla panca senza colpo ferire, difendendo forte e mettendo anche le triple quando contano, come stanotte che ha fatto registrare un 3 su 5 dall’arco. Gioca anche nonostante un infortunio al ginocchio, che prima di gara 5 lo ha costretto a un drenaggio. L’unica cosa che ancora non è riuscito a fare è tenere la bocca chiusa a fine gara. Ma stavolta almeno non glielo potranno rinfacciare

#11 – JJ Barea: fino a qualche tempo fa era famoso per essere  il marito di una ex miss universo, ora lo è per essere la variabile impazzita dell’attacco Mavs che ha sparigliato le carte sul tavolo. Imprendibile sui Pick and Roll, nel momento in cui è partito titolare ha aumentato anche la fiducia in sé stesso e ha iniziato anche a mettere i jumper. A me continua a sembrare un giocatore che ha trovato il suo Zenit in questi playoff e che non vorrei nella mia squadra, ma non diteglielo perché stavolta potrebbe essere lui a tirare un cazzotto a qualcuno.

#33 – Brendan Haywood: un guaio fisico lo ha tenuto fuori dalle gare decisive, costringendo Chandler a fare gli straordinari e Carlisle a far giocare due che fino a qualche giorno fa potevano fare le comparse in una serie comica sul basket. Quando ha giocato però ha fatto più del suo, risultando un backup decisamente valido, anche se non economicissimo.

#35 – Brian Cardinal: Il custode. Scaraventato in campo per i guai fisici di Nowitzki e di Haywood, il Cardinale ha risposto alla grandissima. In queste Finals ha giocato 5 gare su 6, per una media di 6 minuti a partita. Il dato più eclatante? +18 di plus/minus in Gara 6, dove ha dato il massimo e ha anche iniziato a menare qualcosa più che il giusto. In un momento di trance agonistica ho temuto che iniziasse a picchiare anche Barea, tanto lo fanno tutti.

#28 – Ian Mahinmi: anche lui chiamato all’azione a causa di assenze, anche lui ha dato il suo contributo alla causa. Quando stanotte ha piazzato due jumper dalla media si ha avuto il chiaro segnale che gli Dei del basket stavolta fossero schierati apertamente.

#16 – Peja Stojakovic: il Panda dell’NBA. In chiara via di estinzione, Carlisle ha provato a salvarlo mettendolo nelle prime gare della serie. Risultato: quello che tutti si aspettavano, 20% al tiro, zero difesa e la faccia di chi scende in campo ma vorrebbe essere da tutt’altra parte per non far brutte figure. Ora ha anche vinto un anello, forse sarebbe meglio ritirarsi e lasciare il ricordo dello straordinario giocatore che fu a inizi anni 2000.

Coach – Rick Carlisle: ha vinto. Bravo. Bravissimo. O forse no? Parere personale: ha trovato una squadra in missione che ha dato il 120% e lui come merito più grosso ha avuto quello di lasciarli fare senza voler cambiare la direzione in cui remavano i suoi. La vera chicca tra gli aggiustamenti è stata mettere Kidd su James per poter raddoppiare il prescelto con un lungo invece che metterglierlo in marcatura da inizio azione. Il resto è stato quasi obbligato a causa degli infortuni.

Honorable Mention

#13 – Corey Brewer: in molti, me compreso, si sono chiesti perchè non l’abbiano fatto giocare di più, magari da 3 in marcatura su James con Marion da 4 per diminuire i minuti di Mahinmi e Cardinal. Carlisle non ha creduto in lui e non l’ha fatto mai scendere in campo in queste Finals. Ha avuto ragione lui, ma a me il dubbio rimane.

#3 – Rodrigue Beaubois: sliding doors: chissà se con il francesino sano Barea avrebbe giocato così tanto e sarebbe risultato poi decisivo per la vittoria. Rodrigue sicuramente avrà modo di rifarsi in futuro, ma non bisogna dimenticarsi di lui nemmeno per questo titolo, le cui basi son state poggiate anche su di lui, nonostante abbia giocato poco quest’anno per colpa della frattura al piede.

#4 – Caron Butler: si infortuna il secondo violino della squadra e tutti si chiedono cosa ne sarà della squadra, soprattutto perchè Caron è anche un ottimo difensore. Niente. Non è successo niente. Dallas è andata avanti come se nulla fosse, però forse con Butler avrebbero fatto penare ancora di più gli Heat. Verrà buono per le prossime stagioni e per far vedere l’anello ai nipoti.

Per quest’anno è tutto.. ah no… ne manca uno!!

il proprietario Mark Cuban: ma come?!? E’ rimasto zitto per tutto il tempo? Non si è sentito, non si è lamentato, non ha nemmeno preso la parola durante la premiazione per far parlare coach e giocatori. I bookmaker sono all’opera per capire cosa è successo e al momento le quote sono:

  • E’ diventato maturo e ha capito che per essere efficace deve lavorare nell’ombra – 25 a 1
  • Qualcuno in tedesco gli ha detto: Facce lavorà tranquilli! – 8 a 1
  • Ha preso un acido sbagliato a uno dei suoi party – 1,5 a 1

Signori (no, non tu Beppe), fate le vostre puntate!

Categorie: NBA | Lascia un commento

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