La crisi del Basket italiano (ri)affonda Torino


Il PalaOlimpico di Torino durante le ultime Final 8

Lo scorso weekend, grazie a DailyBasket, ho avuto per la prima volta la possibilità di andare da inviato ad una kermesse importante come le Final Eight di Coppa Italia, potendo anche accedere alle conferenze stampa dell’evento, sia nei post partita, con le interviste agli allenatori, sia pre.

Proprio nella conferenza precedente la finale tra Siena e Cantù ho avuto modo di intristirmi parecchio. A presenziare alla conferenza infatti c’erano Valentino Renzi, presidente di LegaBasket e Lorenzo De Salvo, responsabile Marketing di RCS Sport. Era la conferenza di chiusura dell’evento, in cui si tiravano un po’ le conclusioni di questi quattro giorni.

Se per me, da novizio, sono stati quattro giorni decisamente positivi, con la possibilità di conoscere e rivedere amici innamorati come me della palla a spicchi, per loro non devono essere stati abbastanza buoni perché, in sostanza, a parte la fuffa sulla buona riuscita dell’organizzazione, i temi principali sono stati sostanzialmente tre:

  • Meno gente al palazzetto dell’anno scorso
  • Possibilità di ristrutturazione della Coppa Italia in un formato più appetibile dalle televisioni
  • Quasi certezza di cambiare sede per cercare una città con palazzetti più facilmente riempibili

Analizziamo con calma i primi due punti. Che il basket italiano fosse in crisi e che la gente andasse al palazzetto con meno assiduità rispetto agli anni d’oro (diciamo anni ’80-’90) non credo sia una grossa novità. Già solo i dati di pubblico televisivo e al palazzetto in campionato sono in calo, se poi aggiungiamo che il prodotto non è più così appetibile, ecco che facilmente la gente inizia a disamorarsi dello sport.

Già, prodotto non più appetibile. Perché è chiaro che se per 5 anni di fila vince sempre la stessa squadra, viene a mancare la suspense che si creava negli anni passati, quando a lottare per il vertice c’erano più team. Se poi questa squadra non domina in Europa e la Nazionale fatica a qualificarsi per le competizioni continentali) , con la logica conseguenza di creare un fenomeno italiano vincente (mi viene in mente l’esempio Valentino Rossi o l’esempio Nazionale di Volley degli anni ’90) è naturale che i palazzetti si svuotino e lo share di una partita diminuisca fino a costringere un’emittente a cambiare i palinsesti e relegare il basket ad altri canali o fasce orarie (e qui mi fermo sulla disquisizioni sulle tv perché andrei troppo lungo). Ed è anche naturale, purtroppo, che riviste specializzate storiche come SuperBasket rischino l’estinzione.

I Giornalisti presenti al PalaOlimpico alle Final8 (foto messa solo perché mi si vede ndr)

Lungi da me il voler dare la colpa a Siena ovviamente, che fa e fa bene il lavoro che deve fare con il budget che ha a disposizione. Il problema, però, è che in una conferenza stampa come questa mi aspetterei di sentir parlare di progetti futuri, di strategie di crescita di tutto il movimento, invece ci si fossilizza sul come poter fare rendere al meglio la manifestazione, una manifestazione che ora dura 4 giorni ma che in caso di riduzione dei partecipanti durerebbe ancora meno, senza pensare che quello che c’è dietro, l’intero basket italiano, dovrebbe essere ripensato per, quello sì, farlo rendere al meglio.

E’ un po’ come andare in giro con vestiti bellissimi e firmati, ma non lavarsi da 3 settimane. Magari la gente guarda come sei vestito e si avvicina, salvo il riallontanarsi subito perché l’olezzo emanato non è dei migliori. ¹

Perché poi, parliamoci chiaro, tra quarti, semifinali e finali, per un totale di 7 partite, l’unica meritevole di essere vista è stata Siena – Milano in semifinale, con l’altra semifinale che è stata discreta solo per merito di Jumaine Jones che dal nulla ha riavvicinato Pesaro. Come è possibile allora non accorgerci che viene difficile far funzionare un prodotto se gli stessi amanti del basket riconoscono il livello del gioco come inferiore al resto d’Europa? Non è stato un caso che io abbia citato Jumaine Jones come giocatore che ha risollevato un po’ di interesse in una delle due semifinali. Jones è infatti uno dei pochi giocatori NBA che è venuto in Italia e che ha risollevato un po’ l’appeal.

Negli anni ’80 o ’90, di questi giocatori ce n’erano molti e il livello era decisamente alto, ma ancora di più lo era quello del “supporting cast” ovvero di quelli che giocavano insieme ai vari Danilovic, Bodiroga, Mc Adoo e compagnia. Ora, con tutto il rispetto, insieme a Jones gioca Flamini, onesto mestierante e poco più, insieme a Douglas-Roberts uno sperso Luca Vitali e l’unica squadra che ha quasi un intero roster di livello è Siena, non a caso la dominatrice di tutte le competizioni.

Logico che la causa non è solo dei team che non sanno scegliere i giocatori. Mancano sponsor che investano sulle squadre, ci sono regole su extra comunitari, stranieri e altro che limitano le scelte e costringono i team a dare spazio a italiani che in altri tempi non avrebbero giocato in A1. Inoltre, c’è l’atavica difficoltà tutta italiana di far giocare i giovani (ma Melli non avrebbe potuto giocare un po’ di più?).

Quindi, invece che pensare a come far 2000 spettatori in più nella prossima Coppa Italia, mi aspetterei che i vertici decisionali provassero prima a risolvere questi problemi, ben più strutturali.

Veniamo all’ultimo punto, il più dolente per me che sono di Torino e che negli anni ’90 seguivo le sorti dell’Auxilium.

Ormai la città ha da tempo perso il basket che conta. Per due anni, nel 2008 e 2009, abbiamo avuto le finali di Eurocup in casa. Lo scorso anno era tutto approvato per avere le Final Four di Eurolega, la massima competizione continentale, che avrebbe riacceso l’entusiasmo in città e avrebbe portato orde di tifosi e magari l’interesse di qualche sponsor. Poi, per motivi politici (l’elezione del leghista Cota alla regione che ha fermato il progetto) le Final Four sono svanite, come molto probabilmente svaniranno le Final Eight di Coppa Italia a partire dal prossimo anno, dopo il biennio in cui le abbiamo avute in città.

Ovviamente la cosa migliore sarebbe avere continuativamente il basket in casa, con una squadra di A1 in città. La storica Auxilium Torino (che fu anche Berloni, Ipifim e Francorosso) è infatti morta e sepolta da anni. L’ultimo suo campionato professionistico (in A2) risale al 1995 e l’ultima presenza in A1 è di due anni prima, il 1993. Dal ’95 è sparita, rimpiazzata dalla PMS Torino, società nata dall’unione di Pallacanestro Moncalieri e San Mauro. Proprio la PMS, attualmente in DNA, giocava una partita casalinga il lunedì successivo al weekend delle Final Eight e la gara è stata data in diretta su SportItalia, canale che detiene i diritti della DNA. Faceva davvero effetto vedere un PalaRuffini, storico impianto dove giocava l’Auxilium, semi-vuoto.

Una versione della Ipifim Torino con presenti Dawkins, Morandotti, Della Valle e un giovanissimo Picchio Abbio

In questo palazzetto, e più in generale nelle file dell’Auxilium, hanno infatti giocato fior di campioni come Darryl Dawkins (ex star NBA ai Nets e ai Sixers), Carlo Della Valle (papà di Amedeo, ora in cerca di fortuna negli States), Davide Pessina (commentatore SKY ed ex Billy Milano), Alessandro Abbio (vincitore di un Europeo con la Nazionale e di diversi trofei con la Kinder Bologna), Riccardo Morandotti (uno dei migliori giocatori di basket degli anni ’80, maledette ginocchia) e altri giocatori molto importanti che solo a pensare la squadra che sarebbe potuta essere scende una lacrimuccia.

Possibile quindi che non ci sia una possibilità di risalita per il movimento cittadino che porti qualche imprenditore a investire dei capitali sul basket?

Lo scorso anno c’è stata la possibilità di acquisire i diritti per andare in LegaDue, ma il presidente Terzolo ha preferito attendere e conquistare la promozione sul campo e non dover modificare il budget per fare una LegaDue organizzata all’ultimo momento utile. Sicuramente condivisibile come pensiero, ma il timore è che nasconda dietro una preoccupazione per un budget troppo elevato da destinare a un qualcosa di più di una DNA.

E’ un peccato però, perché Torino, così come altre realtà che si sono perse negli anni come la Trieste che fu Stefanel di Bodiroga e Fucka o la Bologna sponda Fortitudo, meriterebbero davvero grandi palcoscenici e incrementerebbero l’interesse per questo nobile sport.

 

¹ E’ la prima metafora che mi è venuta in mente. Sconsiglio vivamente di provarci nella realtà.

Categorie: A1 Basket | Tag: , | Lascia un commento

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