Original Dream Team, where it all begins


Team USA di Barcellona ’92. La squadra più forte di sempre.

Il 13 giugno è uscito negli usa un documentario sul Dream Team del 1992, l’originale. Inutile dire che come tutti i documentari (sportivi e non) fatti dall’altra parte della pozza, anche questo è fatto decisamente bene. D’altronde quando gli americani si mettono a fare le cose, difficilmente le fanno senza badare ai dettagli, a parte forse qualche buco di sceneggiatura in Vietnam o robe del genere.

Il documentario è particolarmente interessante perché cerca di sviscerare anche le parti che la gente conosce meno di quella squadra, i risvolti fuori dal campo e l’esegesi di quel Dream Team che, anche se non c’è bisogno, ricordo a tutti essere la miglior squadra di basket mai messa in campo a tutte le latitudini.

Ma come è nato questo Dream Team? Come tutte le grandi squadre, anche questa è nata da una sconfitta. Le Olimpiadi di Seoul del 1988 videro infatti gli USA arrivare solamente sul terzo gradino del podio e per la seconda volta nelle ultime tre Olimpiadi non arrivò l’oro. Come se non bastasse, ai Mondiali del 1990 gli USA furono sconfitti in semifinali, dovendosi nuovamente accontentare della medaglia di bronzo.

Non la presero bene ai piani alti e così si decise di fare sul serio e di convocare non più una selezione di universitari ma i professionisti. E che professionisti.

Nell’estate del 1991 infatti partirono le prime convocazioni di Team USA e i nomi erano quelli dei giocatori più famosi dell’epoca. Il 21 settembre di quell’anno fu infatti pubblicata la prima lista dei partecipanti:

Guardie
Michael Jordan
John Stockton
Magic Johnson

Ali
Scottie Pippen
Chris Mullin
Karl Malone
Charles Barkley
Larry Bird

Centri
David Robinson
Patrick Ewing

A loro, il 12 maggio del 1992 si unirono le ultime due pedine per completare il roster, Clyde Drexler, che ebbe la meglio su Isiah Thomas e Christian Laettner, che vinse il ballottaggio con Shaquille O’Neal come unico collegiale della squadra.

Nel documentario si capisce abbastanza bene come l’esclusione di Isiah Thomas sia stata dovuta a problemi di chimica della squadra più che da motivi tecnici. Il play dei Pistons, infatti, rappresentava l’anima di quella squadra soprannominata “Bad Boys“, nota per il suo comportamento particolarmente duro e non del tutto sportivo (es: l’uscita dal campo prima della fine di Gara4 delle ECF senza rendere omaggio ai Bulls che li hanno sweepati). Logico quindi che l’anima di quella squadra non riscontri molte simpatie (eufemismo) tra gli altri giocatori, in particolare quelle di Michael Jordan che dichiarò in seguito che l’esclusione di Thomas era tra gli accordi per la sua partecipazione a Barcelona ’92.

Ecco allora l’esclusione eccellente, con Zeke che come riportano le cronache dei tempi non la prende benissimo.

L’altra cosa che si capisce bene dal documentario è come questa squadra non sia nata subito con la chimica giusta. Il proverbio dice che non possono convivere 2 galli in un pollaio, figurarsi 11 giocatori di altissimo livello (escludiamo Laettner che era lì per portare le bibite). Nelle riprese dei primi allenamenti infatti si vede benissimo come tutti siano convinti di essere il miglior giocatore della squadra e soprattutto come alcune ruggini fatichino a non venire a galla, come quella tra Barkley e Malone, all’epoca le due migliori Power Forward della lega, che dal primo allenamento non si risparmiano per prevalere sull’avversario.

Mancanza di chimica che raggiunge il culmine nel primissimo scrimmage organizzato dall’allora coach Chuck Daily contro una selezione dei migliori giocatori di College (alcuni nomi: Penny Hardaway, Grant Hill, Chris Webber…) quando il Dream Team fu sconfitto per 62 a 54. Solo anni dopo si seppe di questa sconfitta, visto che proprio Daily fece cancellare subito il tabellone segnapunti per non lasciare traccia.

Quella però fu la sconfitta che rese il Dream Team invincibile. Dopo quel giorno la squadra giocò in maniera diversa e si creò un feeling tra i giocatori ben diverso da quello iniziale e come si vede bene nella pellicola realizzata da NBA TV, i giocatori divennero molto amici e molto legati tra loro.

Proprio su questo punto vorrei soffermarmi. Negli anni precedenti al Dream Team, le star NBA erano infatti in lotta tra di loro e difficilmente acerrimi rivali in campo erano in rapporti di amicizia lontani dal parquet. Magic e Bird, prima di arrivare nella lega, si rispettavano come avversari, ma non avrebbero mai pensato probabilmente di diventare amici, come invece successe dopo quell’estate Olimpica del 1992.

Team USA 2008. L’ultimo Dream Team Olimpico vinse l’oro

Per questo motivo considero quel Dream Team l’inizio dell’era moderna del basket. Non tanto per l’eccezionalità di quella squadra, per i risultati che ha ottenuto o per l’aver indicato una via ripercorsa in seguito da Team USA di convocare i migliori giocatori e che quest’estate a Londra ci permetterà di vedere LeBron James giocare con Chris Paul, Carmelo Anthony e altre stelle, quanto per aver dimostrato alle future generazioni di giocatori NBA che è possibile e magari anche vantaggioso essere amici anche fuori dal parquet, tralasciando quella che era in passato una delle colonne portanti del pensiero della Star, quella di rispettare l’avversario ma di non solidarizzare con lui.

Il culmine, ovviamente, si è avuto nell’era recente, quando alcune star hanno deciso di mettere insieme le forze per vincere l’anello. A dare il via a questa inversione di tendenza è stato proprio uno degli esponenti di quel Dream Team, Karl Malone, che nell’estate del 2003 ha deciso di unirsi a Gary Payton, stella dei SuperSonics, per andare a Los Angeles insieme a Shaq e a Kobe. Lo seguirono Kevin Garnett e Ray Allen, che si unirono per raggiungere Paul Pierce a Boston e riuscire in quello che i Lakers del 2003 non sono riusciti a fare, ovvero vincere il titolo. Fino ad arrivare ai giorni nostri, quando LeBron James e Chris Bosh si misero insieme a Wade approdando a Miami per portare a casa una vittoria arrivata poi l’anno successivo, ovvero quest’estate.

L’ovvia differenza rispetto ai predecessori è che LBJ e Bosh hanno fatto questa scelta quando non ancora trent’enni, mentre nei casi precedenti si era ben oltre la trentina, con Malone che di anni ne aveva addirittura 40.

Lungi da me riprendere un discorso trito e ritrito su “The Decision” e sull’opportunità di fare una scelta di questo genere, però mi chiedo se non ci fosse stato il Dream Team del 1992 se tutto questo sarebbe successo o se le star NBA non avessero continuato a combattere tra di loro senza solidarizzare e non staremmo parlando di una NBA differente.

Non per forza migliore, sia chiaro, però diversa da quella attuale. Di sicuro però è cambiato anche l’approccio che le star stesse hanno in campo quando giocano insieme. Non è un caso che l’anello ali Heat sia arrivato solo dopo aver limato alcune imperfezioni caratteriali dei Big Three, prima tra tutte il rispetto degli avversari, non tanto a parole, quanto sul campo. Solo dopo aver capito che si devono fare tante piccole cose ed essere focalizzati sull’obiettivo LeBron e compagni hanno potuto vendicare le Finali dell’anno passato, quando furono sconfitti da una squadra con molta più chimica e molta più energia.

E lo stesso discorso si può fare per i Dream Team attuali, che ancora una volta sono formati dai migliori giocatori in circolazione ma che a differenza del passato, non paiono mettere in campo quell’applicazione vista nella squadra del ’92 e quindi il più delle volte vincendo ma non convincendo appieno nelle varie competizioni.

Le dichiarazioni da spaccone di Barkley prima della gara con l’Angola, “non conosco l’Angola, ma so che sono in guai seri” erano infatti poi seguite in campo da prestazioni energiche che non lasciavano possibilità ai malcapitati di turno. Ora invece si scende in campo senza conoscere gli avversari e si finisce per essere presi a pallate dalla Grecia di turno.

Una parte della storia, quella dell’amicizia tra le star, i giocatori di oggi paiono averla imparata. Vediamo tra un mese se anche la seconda parte sarà assimilata dal nuovo Dream Team.

Categorie: NBA | Lascia un commento

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